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MINCHIA SIGNOR TENENTE

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di Nicola Belfiore

I presupposti c’erano tutti per un’ennesima piacevole serata a teatro, avrei assistito ad una brillante rappresentazione: attori bravi, sceneggiatura di sicuro impatto, tempi e recitazione di livello e, poi, un titolo: “Minchia Signor Tenente”, che mi ha riportato indietro nel tempo quando il compianto Giorgio Faletti presentò questa canzone al festival di Sanremo, scritta e interpretata da lui. Un testo che solo grazie alla lungimiranza e autorevolezza dell’allora direttore artistico e presentatore Pippo Baudo ha ottenuto l’accesso sul palcoscenico dell’Ariston del 1994, senza alcuna censura. Con l’animo così preparato e ben disposto ad assaporare i 90 minuti di assoluto piacere, mi metto comodo in poltrona. Assisto ad una prima parte di pieno e leggero divertimento, un momento di pura evasione e risate. Mentre ipotizzavo, con un pizzico di delusione, un epilogo scontato per una commedia che nulla aveva in attinenza al titolo in tabellone, vengo rapito e sconvolto da una magistrale regia e da un’attenta sceneggiatura. Le mie emozioni cambiano, con la stessa immediatezza del frastuono dello scoppio della bomba e del suono delle sirene che ha aggredito la platea, riportandomi drasticamente ad una realtà vissuta, purtroppo, dal mondo intero con lo stesso sgomento di allora. L’emozione è così grande che rivivo ogni singolo momento di quella tragica e sconvolgente notizia: le edizioni straordinarie, i servizi concitati di giornalisti disorientati, le immagini cruente dell’immane violenza, le continue interviste, il via vai di ambulanze, vigili del fuoco e delle forze dell’ordine, visi sconvolti e auto sventrate a testimonianza di un attimo che ha fermato il tempo e la storia. Quel giorno a Capaci si è voluto dare il segno inequivocabile di un potere occulto così forte e devastante. Nella sala del teatro Domenico Popolo, ammutolita e attenta, gli occhi di tanti sono diventati lucidi e le risate un’eco ormai lontano, servite solo come pavimentazione necessaria per assorbire l’impatto invasivo di un’ultima parte così pregnante di emozioni da coinvolgere chiunque avesse avuto la fortuna di assistere alla rappresentazione teatrale di Antonio Grosso. Una messinscena che intelligentemente si può ambientare in qualunque città, paese o villaggio della nostra nazione, così come la nostra Montalbano, più volte citata come scenario del momento.  Chi ha sceneggiato il soggetto ha piena consapevolezza che il dolore, che si è irradiato da quella tragedia del passato, è stato così capillare ed invasivo da toccare chiunque avesse avuto il cuore onesto da poter avvertire quanto sia stato devastante quel senso di polverizzazione di legalità e giustizia che non ci sarà mai più. Peccato che la presenza dei giovani a teatro sia sempre più rara e sporadica. Il nutrimento culturale che una rappresentazione teatrale può dare ha un grande valore di crescita critica e personale per un pensiero pensante e non allietato dal nulla di un cellulare alienante.