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Il nuovo mondo… del lavoro

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di Emanuele De Francesco

Con buona pace dei militaristi, la Nostra Italia, così come buona parte dei paesi UE, dovrà preoccuparsi delle reali emergenze che da qui a poco rivoluzioneranno le nostre società, anche per l’avvento delle AI (Artificial Intelligence), quale concausa determinante di un radicale stravolgimento di paradigma nel mondo ed in quello del lavoro, per quello che qui interessa, in particolare.
L’Italia non rischia alcuna guerra imminente che non sia il frutto di un capriccioso progetto di quel burlone di Trump, sempre più evidentemente spinto ad accendere conflitti utili solo alle lobbies degli armamenti e al delirio di onnipotenza e supremazia di Israele nell’area del Medioriente.
E mentre siamo concentrati a seguire il Risiko di USA ed Israele, dimentichiamo o facciamo finta di non accorgerci che il mondo di tutti i giorni, quello fatto delle cose che riguardano le nostre famiglie, i nostri figli, si sta sgretolando sotto i nostri piedi per via di un paio di questioni quasi “apocalittiche”.
Parliamo del mondo del lavoro, in particolare, che si appresta a vivere un’epoca di cambiamento che possiamo definire “geologica”. L’avvento dell’AI, unitamente alla robotica avanzata, oltre a cancellare moltissime tipologie di lavori, specie quelli ripetitivi e manuali, avrà un impatto elefantiaco sulle marginalità delle aziende, che vedranno da una parte una vistosa riduzione dei costi del “lavoro”, dall’altro lato una considerevole impennata della produttività per via dell’efficientamento dei processi interni e della successiva distribuzione dei beni e dei servizi proposti al mercato.
E per tornare al tema del lavoro, ricordo che una delle più significative voci di costo per le aziende affonda proprio nella necessità di garanzia dei diritti dei lavoratori in termini di adeguata retribuzione, sicurezza sui luoghi di lavoro, diritto al riposo, alle ferie, alla maternità. Diritti che diverranno preoccupazioni di un lontano passato quando a svolgere certi lavori saranno i robot, umanoidi o meno non importa. Una macchina non ha bisogno di diritti, di riposo, di sicurezza e questo determinerà un’inarrestabile involuzione, in termini di sistemi di sicurezza e di welfare, dei processi e dei luoghi di lavoro a tutto vantaggio di una enorme riduzione dei costi per l’imprenditore.
L’impresa vedrà quindi una enorme impennata dei guadagni con la conseguenza che la ricchezza andrà concentrandosi, sempre di più, nelle mani di pochissimi. E chi perderà il lavoro come farà? E chi, invece, per via delle sue altissime competenze un lavoro continuerà ad avercelo ma gli basteranno tre o quattro ore al giorno per fare quello che un tempo un suo omologo avrebbe svolto in un mese? Come faranno tali lavoratori a sbarcare il lunario se mantenessimo immutato l’attuale modello della retribuzione oraria o di un welfare di mera sussistenza e sopravvivenza?
Molti già teorizzano, ed a ragione a mio avviso, l’esplosione di accese conflittualità sociali generate da nuove forme di povertà e dall’esasperazione delle disuguaglianze, anche e soprattutto nell’accesso a beni e servizi essenziali e di sopravvivenza come il diritto alla cura e alla salute (processo già in essere per la verità).
Bene, ma quale dovrebbe o potrebbe essere una delle possibili risposte di adattamento dei sistemi sociali a questo radicale cambiamento? Molti studiosi propongono di cambiare dalle fondamenta il modo di concepire il welfare da una parte e, specularmente, agire in maniera vigorosa sulla redistribuzione del reddito mediante nuove forme di tassazione.
Io, mestamente, penso che si dovrebbe iniziare con la tassazione degli extra profitti delle big tech. Ma più ancora imporre, una tassazione significativa sulle aziende che, a seguito delle ristrutturazioni aziendali e dei processi produttivi, appunto per via dell’implementazione di intelligenza artificiale e robotica, licenziano forza lavoro umana, sicché quel processo di automazione non generi soltanto l’esponenziale aumento dei guadagni e delle marginalità, ma produca anche risorse collettive da destinare al welfare per le persone che perdono il lavoro o non riescono più a trovarlo.
Per altro verso, andrebbe rivisto il paradigma retributivo affinché un operario specializzato, ma anche qualsiasi soggetto che riesca in poche ore di lavoro al giorno a realizzare ciò che un tempo la stessa figura impiegava giorni o mesi per ottenere lo stesso risultato, venga pagato in maniera sufficiente a garantirgli una vita libera e dignitosa, come recita l’art. 36 della nostra vituperata Costituzione e come sancito da numerose norme di matrice Comunitaria.
Il problema è reale, il cambiamento è attuale e corre alla velocità della luce. La domanda è: questo cambiamento lo vogliamo governare senza ipocrisia e senza alcuna ideologia come sta facendo la Cina o vogliamo soltanto subirlo rimanendo ancorati a logiche e punti di vista ormai anacronistici e dietrologici?
La mia più accesa preoccupazione è non scorgere, neppure all’orizzonte, alcuna forza politica né di destra né di sinistra capace di leggere il romanzo del tempo moderno e del prossimo futuro, mentre continua l’inutile battaglia sul ring della nostalgia storica, che non dovrebbe essere più materia di dibattito politico, ma lasciata soltanto agli accademici nelle aule universitarie delle facoltà umanistiche.