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Il giornale di Montalbano Elicona (ME)

UNA SOLITUDINE ASSORDANTE

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di Nicola Belfiore

La chiesa gremita, parole lusinghiere e di profondo cordoglio, nei pensieri emerge la vita, quella condivisa da tutti e che adesso è l’unica che si ricorda a chi ascolta. I momenti vissuti assieme, gli attimi enfatizzati di una così breve esistenza. Vent’anni sono pochi per potersi veramente affacciare sul mondo, eppure, per l’ennesima volta si parla di un giovane che si è tolto la vita. Ogni motivazione cade di fronte alla tragedia che siamo costretti a vivere. Non può finire in chiesa l’esistenza di un ragazzo, non può svanire un dramma così forte. Parole che attraversano una comunità commossa per l’incredulità di un così tragico evento, che non avrebbero un senso senza un seguito. Proprio nel momento dei ricordi, tra le lacrime di tutti, deve arrivare forte, come un macigno sullo stomaco, l’urlo di chi se ne è andato nel silenzio della sua solitudine, quel vuoto maledetto che ha dato seguito a una estrema decisione. La sua morte è un monito per la famiglia, la scuola e l’intera comunità. Nessuno è escluso da questo ennesimo fallimento, perché di questo si tratta. Un’intera comunità, che adesso piange la scomparsa di un giovane, non ha avuto quel giusto peso da allontanare e disintegrare quel senso di abbandono che tragicamente lo ha annientato, quel sentirsi solo che lo ha distrutto. La sua morte deve servire a tutti noi, non possiamo portarci dentro il ricordo senza il peso di una conseguenza così estrema. Ogni giovane che decide di farla finita è un chiaro messaggio per tutti. Dobbiamo riprenderci la nostra natura di esseri umani, dobbiamo dedicare più tempo a chi ci sta vicino realmente e non in modo virtuale. Dovremmo riappropriarci del linguaggio parlato, delle sensazioni che una stretta di mano, un abbraccio o un semplice sguardo possono generare. Quante vote diciamo ai nostri figli ti voglio bene? Quante volte li abbracciamo e sussurriamo loro un intimo ti amo? Le giuste parole sono fondamentali per tutti ma acquistano una valenza maggiore per le persone care che ci stanno attorno. Ogni momento è utile e, a volte, indispensabile per mettere a nudo i nostri sentimenti. Apriamo le braccia al prossimo senza nasconderci dietro a stupidi pregiudizi e orgogli personali. Usiamo il nostro essere migliori, la nostra intrinseca appartenenza al genere umano. Le storie, i ricordi, i bei discorsi e l’enfasi emotiva, sciorinati a fine vita, non hanno senso e, soprattutto, non servono più a chi aveva bisogno di non sentirsi abbandonato. Nessuno si salva, siamo tutti nel mirino di questa contagiosa, diffusa e deleteria superficialità che rende tutto possibile, virtuale e finto. Oggi si accoltellano fidanzate, genitori, medici, insegnanti e amici per futili motivi, si calpestano sentimenti senza alcun rispetto. L’altruismo è stato soppiantato dall’ego smisurato amplificato dai social. Noi, oggetti di noi stessi, senza alcun rispetto, ritegno, personalità o distinzione. Tutti in mezzo a tutti in una vetrina del nulla, paradossalmente conformi ad un anticonformismo di massa. Le esasperazioni e gli estremismi, amplificati anche dalle voci degli urlatori di turno del web, sono diventati inni da emulare nello stile dei “maranza”, ai quali avergli riconosciuto un ruolo è stato ed è più deleterio del loro stesso esistere. I discorsi postumi, dalla profonda e sentita emozione che nasce dal cuore di ognuno di noi, sono inutili e anacronistici, andavano sussurrati, nel momento giusto, all’orecchio di quel ragazzo che adesso ci manca così tanto. Una parola avrebbe potuto salvarlo, un abbraccio poteva dirottarlo su una direzione diversa, un ti voglio bene gli avrebbe fatto capire la nostra vera presenza nella sua vita. Abbiamo fallito se ora stiamo leggendo le memorie di un ventenne. Dovremmo starcene zitti e ripercorrere, in assoluto silenzio, ogni singolo momento in cui abbiano eluso o rinviato il nostro essere presenti, la nostra disponibilità e sensibilità per chi, dietro ad un sorriso e ad una vita così intensa e dinamica, nascondeva il suo estremo dramma.